SINTESI ESSENZIALI DEI CONTENUTI DEGLI INTERVENTI

Il convegno, svolto presso l’Aula Magna di Architettura della Sapienza Università di Roma, ha avuto inizio con i saluti istituzionali della Direttrice del DSDRA, Prof.ssa Arch. Daniela Esposito, e poi è stato introdotto dalla Presidente di A.B.A.C.O., Arch. Virginia Rossini.

Introduzione

Arch. Virginia Rossini – Presidente A.B.A.C.O – Già Vicepresidente OAR

In questo periodo storico, il futuro risulta quanto mai un’incognita in tanti ambiti, risulterebbe necessario ed auspicabile quindi fare qualche riflessione costruttiva al riguardo. La velocità con cui la realtà ci sta oltrepassando non ci permette di riflettere e avere l’opportunità di gestire al meglio i pericoli che stanno incombendo proprio su quelle trasformazioni radicali inevitabili, caratterizzanti questo terzo periodo di rivoluzione industriale. Per affrontare le sfide in modo efficace e vincente, si renderebbe necessario non rincorrere sempre le emergenze ma anticiparle, grazie a strategie a lungo termine, ricerca di nuovi obiettivi, strumenti e metodi, atti a offrire quel miglioramento di vita collettiva auspicabile sul territorio.

Dai convegni precedenti, sono emersi alcuni dati significativi, quali: il ritorno nei centri storici, che però dovrebbe essere maggiormente consapevole e sorretto da strategie territoriali efficaci; la necessità di pianificare la rigenerazione urbana con una opportuna vision del territorio, includendo anche l’impiego dell’architettura contemporanea in un sistema urbano, che preveda nuovi scenari in cui le persone possano identificarsi; la necessità di adottare un approccio partecipato alla pianificazione e progettazione, in quanto la popolazione deve diventare non solo fruitrice dei beni pubblici ma anche custode. Nell’ultimo seminario poi, si è anche visto che la salvaguardia e cura del patrimonio storico e culturale necessiti di nuove strategie economiche, che, specie ora che sta terminando l’attuazione del PNRR, comprendano maggiormente anche la partecipazione dei privati, e la relativa semplificazione della normativa al riguardo.

Per concretizzare questi auspici ed affrontare al meglio il futuro, occorrerebbe quindi fermarsi a riflettere su quali siano i pericoli e le opportunità del presente e individuare i soggetti appropriati per fare rete, idonea ad un confronto dialettico e costruttivo su come affermare nuove proposte di cambiamento nel settore culturale, per gestire opportunamente la salvaguardia del nostro patrimonio. Da qui nasce l’esigenza di fare incontrare e dialogare le due principali scuole di pensiero sulla materia, per trovare nuovi obiettivi di ricerca e strategie di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio. Parteciperanno al convegno, pertanto, il Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura e il Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale della Sapienza Università di Roma, il Dipartimento di Architettura e il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Roma Tre, oltre importanti rappresentanti del Ministero della Cultura, che dialogheranno sul futuro della conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale. Infine, una sezione sarà incentrata sull’attualissimo tema della transizione tecnologica con la presenza dell’Istituto Centrale del Catalogo e dell’Istituto Centrale del Restauro del Ministero della Cultura, ed il Master HBIM del DSDRA della Sapienza Università di Roma. Per un utile confronto con le realtà internazionali, le conclusioni saranno affidate all’ICOMOS Italia.

Incerti scenari per il futuro del patrimonio storico-culturale

Prof. Arch. Claudio Varagnoli – Ordinario di Restauro architettonico – Dipartimento DICEA –

Sapienza Università di Roma

Il tema dell’incontro promosso da Abaco è quanto mai appropriato al momento storico che stiamo vivendo. Il ruolo del patrimonio culturale sembra indiscutibile nella nostra società, per una continua attenzione mediatica e per la centralità nell’economia mossa dal turismo, ma in realtà ci si chiede se veramente lo slogan “un futuro per il nostro passato” continua ad essere attuale. A livello nazionale, le recenti discussioni sull’indebolimento degli strumenti di tutela connessi al Ddl 1372, insieme all’affermazione di strumenti attuativi più appetibili, come la rigenerazione urbana, rivelano che gli strumenti della tutela istituzionale sono sentiti come un peso.

Altro aspetto riguarda il progressivo assorbimento dei valori tradizionalmente attribuiti al patrimonio culturale nella sfera ideologica e politica, in uno sforzo di attualizzare il passato invece di interpretarne criticamente il messaggio. A livello internazionale, appaiono sempre più forti le richieste di strade alternative alle tradizionali impostazioni teoriche e operative del restauro “eurocentrico”, con l’affermazione di aspetti immateriali certamente di grande valore, ma che impongono un ampliamento delle categorie patrimoniali difficile da gestire nel quadro finora tracciato dalla cultura del restauro. 

Il contributo prenderà quindi in esame casi significativi del dibattito italiano e internazionale, non per stigmatizzare le esigenze di cambiamento, ma per porre in luce che tali esigenze configurano una probabile uscita dalla consolidata cultura del patrimonio come ci è stata consegnata dagli ultimi due secoli.

LE SLIDES

Prof.ssa Arch. Daniela Esposito – Direttrice Dipartimento DSDRA – Sapienza Università di Roma

Pensare al ‘futuro del Patrimonio’ comporta il riconoscimento innanzitutto alla forza della didattica come formazione, educazione e comunicazione del Patrimonio. Così come l’apporto della Tecnologia in tutti i suoi aspetti da intendere e nelle sue forme migliori di alleanza con il patrimonio e la sua tutela, come ‘ponte’ fra la teoria e la realizzazione, tenendo insieme la profondità della storia con la forza del progetto di conservazione.

Ne deriva la necessaria riscoperta e conferma del valore della Ricerca come strumento per conoscenza e quindi per permettere a tutti di divenire consapevoli fruitori e insieme custodi del Patrimonio per il futuro, sotto ogni punto di vista. Connesso con la Ricerca è certamente la conferma del carattere interdisciplinare della riflessione prima di tutto metodologica che si esprime anche nella relazione dei processi di digitalizzazione fra realtà materiale e dati e processi analitici di fruizione.

Ma quest’ultimo aspetto impone anche un chiarimento negli obiettivi ricercati attraverso l’applicazione dei processi di digitalizzazione, senza mai tralasciare l’approccio antropologico (che comprende anche la storia in tutte le sue forme e acquisizioni). Livio De Luca, del CNRS MAP UPR 2002, impegnato nella parte d’indagine per Notre Dame di Parigi ha dato recentemente, solo per fare un esempio contemporaneo, di analisi mirate e una riflessione critica e positiva sul ‘digital twin’ e sulla sua utilità applicata alla ricostruzione della cattedrale parigina, a fronte di esigenze chiare e distinte e non sostitutive della valutazione finale da parte dell’uomo.

Il settore richiama anche un altro aspetto che ritengo si debba valutare, andando all’origine dei processi di trasformazione e traduzione digitale: l’autenticità, nella considerazione di una fase esistenziale in cui talvolta prevalgono le immagini e non le cose nella loro realtà.  Questo aspetto deve essere considerato anche fra gli obiettivi che ci si pongono quando si proceda con una parcellizzazione dei dati relativi al Patrimonio culturale, per una sua lettura analitica e per una sua rappresentazione oggettiva, senza ‘distaccare’ gli osservatori dalla realtà materiale, sostituendosi con un’interpretazione astratta per quanto ‘gemella’ della realtà rappresentata. Nel caso di Notre Dame, ha favorito processi di lettura da parte degli studiosi e dei tecnici impegnati e monitoraggi anche successivi all’esecuzione di opere sul Patrimonio, nel rispetto dell’autenticità materiale e figurativa nel loro insieme.

Il richiamo contemporaneo alla complessità del Patrimonio in termini essenziali, con l’affermazione del concetto di ‘paesaggio stratificato’ composto da ogni elemento della realtà patrimoniale esistente (città, campagna, insediamenti sparsi, architetture, arredi, opere d’arte) è connaturato alla presenza di un continuum di presenze diffuse di diverse componenti il Patrimonio (paesaggio con ambiente – Rosario Assunto 1980 -, gastronomia, musica, installazioni, opere d’arte). Questo richiederebbe un’ulteriore riflessione sul lavoro interdisciplinare anche all’interno del MiC e su norme, attualmente non adeguate a leggere, interpretare il Patrimonio nel suo contesto, non in una visione parcellizzata e frammentata e su forme di educazione al Patrimonio così inteso.

LE SLIDES

Restituire il progetto di restauro ai restauratori

Prof. Arch. Michele Zampilli – Ordinario di Restauro architettonico – Dipartimento di Architettura – Università Roma Tre

Negli ultimi anni, la tendenza ad affidare il restauro e la valorizzazione del patrimonio architettonico alle cosiddette archistar ha spesso prodotto effetti discutibili. Questi professionisti, noti per la loro cifra stilistica fortemente riconoscibile, tendono a imporre un linguaggio contemporaneo e autoreferenziale anche in contesti storici di grande delicatezza. Ne risulta una spettacolarizzazione dell’intervento che mira più all’attrazione mediatica che al rispetto del valore culturale originario. Tale approccio, pur giustificato dall’intento di “attualizzare” o rendere “iconico” il patrimonio, rischia di compromettere l’autenticità dei luoghi e di ridurre il restauro a un esercizio di firma, piuttosto che a un atto di tutela consapevole.

Il messaggio che emerge è la crescente tendenza a considerare il monumento o l’edificio storico come un semplice “fondale” su cui inscrivere un’opera nuova, invece che come un organismo vivo con cui instaurare un dialogo critico e costruttivo.

Ma ancor più preoccupante è la diffusione di questa mentalità su scala locale. Molti architetti di provincia, emulando le archistar, sentono il bisogno di lasciare un “marchio personale” anche su contesti che richiederebbero sobrietà e ascolto. Il risultato è visibile in molti centri urbani italiani, soprattutto nelle aree periferiche e meridionali: interventi incoerenti, materiali incongrui, spazi pubblici privi di relazione con la tradizione costruttiva, spesso indifferenti al sentimento della comunità. Così facendo, si rischia di perdere di vista la missione autentica del restauro: trasmettere al futuro non solo la materia dell’architettura, ma anche il suo significato e la sua vocazione a un riuso compatibile con i caratteri costruttivi, funzionali e formali dell’opera.

Si tratta a mio parere di affrontare il problema dal punto di vista culturale e della formazione universitaria cercando di superare la progressiva marginalizzazione del progetto di restauro all’interno delle scuole di architettura: i restauratori sembrano, volenti o nolenti, aver abdicato alla dimensione progettuale, lasciando campo libero ai “cosiddetti” progettisti, e limitandosi a ruoli sempre più settoriali e ancillari dedicandosi alla ricerca storica, alla digitalizzazione o al trattamento delle superfici.

LE SLIDES

Prof. Arch. Paolo Rocchi – Ordinario f.r. di Consolidamento degli Edifici Storici – Sapienza Università di Roma

In sintesi, l’intervento ha specificato la differenza tra il Restauro Conservativo e di Ripristino, i due pensieri principali delle due scuole presenti al convegno. Inoltre, con l’ausilio della narrazione di vari esempi, ha indicato come, a volte, si sarebbero potuto evitare interventi più onerosi, se solo fossero stati oggetto di indagini e studi preventivi e di una buona manutenzione.

Pertanto, il futuro della conservazione non può prescindere dal considerare l’importanza e l’efficacia della prevenzione, per la sua convenienza, in rapporto alla tutela del patrimonio, delle vite umane e dei costi.

L’intervento strutturale sui beni culturali: criticità e prospettive

Prof. Ing. Gian Marco De Felice – Ordinario di Tecnica delle Costruzioni – Dipartimento di

Ingegneria – Università Roma Tre

Le strutture antiche sono state costruite seguendo un corpo di regole che è andato perduto.

La concezione strutturale era basata sulla geometria piuttosto che sulla meccanica, sull’equilibrio tra le parti dell’edificio piuttosto che sulla resistenza dei materiali. Il cambiamento delle regole progettuali dall’antichità alle normative attuali è uno dei motivi della difficoltà nel fornire una stima adeguata della sicurezza degli edifici storici e la ragione principale di interventi impropri, inutili e in alcuni casi dannosi.

La sfida per superare queste difficoltà si gioca su più linee di sviluppo.

Nella formazione, perché venga recuperata la conoscenza delle antiche strutture in muratura e restituito un quadro storico e teorico fondamentale per comprenderne il comportamento strutturale.

Nelle disposizioni normative, perché le specificità e la complessità delle costruzioni storiche vengano riconosciute e non ricondotte alla prassi corrente prevista per le strutture comuni.

Negli strumenti di calcolo e di verifica, dove la pratica consolidata basata sull’analisi elastica lineare agli elementi finiti non fornisce risultati affidabili e c’è la necessità di nuovi approcci che dalla ricerca scientifica transitino nella pratica professionale.

L’intervento delinea tutte e tre queste linee di sviluppo, evidenziando criticità e prospettive dell’intervento strutturale sui beni culturali.

Arch. Simone Quilici – Direttore del Parco Archeologico del Colosseo – MIC

Impossibilitato a partecipare in presenza, ha inviato un messaggio letto durante il convegno

Gentile pubblico,

un grave lutto nella grande famiglia del personale del Parco Archeologico dell’Appia Antica mi ha reso impossibile partecipare all’importante convegno organizzato da Virginia Rossini.

Nella nuova veste di direttore del parco Archeologico del Colosseo, anche alla luce del recente drammatico evento che ha interessato l’area dei Fori Imperiali, ci tengo a trasmettervi una breve riflessione.

La tragedia del crollo parziale della Torre dei Conti induce ad una seria riflessione sulla necessità di sostenere finanziariamente un adeguato programma di manutenzione costante del patrimonio culturale.

In questi giorni l’archeologo Adriano La Regina, intervistato da Paolo Boccacci per il quotidiano la Repubblica, denunciando l’abbandono e la mancanza di manutenzione del patrimonio monumentale della capitale, ha sottolineato che i crolli non sono eventi imprevedibili, ma conseguenze dirette di decenni di incuria e di interventi discontinui. “Non si possono lasciare i monumenti trascurati per vent’anni”, ha affermato, ricordando che la cura deve essere costante, con monitoraggi regolari e protocolli di prevenzione analoghi a quelli adottati in altri paesi europei dopo il caso di Notre-Dame.

In Italia gli interventi si concentrano solo dopo le emergenze, mentre il patrimonio archeologico e monumentale richiederebbe un programma di manutenzione permanente, sostenuto da risorse economiche stabili e da personale qualificato. Tutto ciò anche per minimizzare il rischio quotidiano per turisti e cittadini.

Richiamando la propria esperienza di Soprintendente, Adriano La Regina ha sottolineato che la Torre dei Conti e le aree limitrofe versano in condizioni critiche da tempo, aggravate dal traffico, dall’inquinamento e da anni di ritardi negli interventi strutturali.

La salvaguardia del patrimonio di Roma non può dipendere da operazioni straordinarie o da emergenze mediatiche, ma da un sistema di manutenzione continua, pianificata e responsabile, che tuteli davvero la sicurezza e la memoria storica della città.

Grazie dell’attenzione e buon proseguimento di convegno!

Arch. Carlo Birrozzi – Direttore ICCD – MIC

L’esigenza di conoscere la consistenza e la diffusione dei beni culturali in Italia si è resa evidente fin dalla nascita del Regno d’Italia e la catalogazione è lo strumento individuato per organizzarla.

Già a metà degli anni Settanta ICCD lavora con l’Università di Pisa per applicare l’uso dei calcolatori elettronici alla storia dell’arte e alla catalogazione. Questi nuovi strumenti aprono la strada verso la gestione di grandi quantità di dati e alla possibilità di creare sintesi storiche superando la rigidità della lista.

L’evoluzione del concetto di paesaggio e di patrimonio, che amplia la visione dal singolo bene verso una realtà più complessa e più inclusiva che riconosce il valore della storia e delle tradizioni, pone nuove sfide all’attività di catalogazione.

Il nuovo catalogo, applicando gli strumenti offerti dalla semantica, dalla rete e dall’intelligenza artificiale vuole realizzare gli obiettivi posti fin dalla nascita dell’Istituto da Oreste Ferrari. Il catalogo a cui stiamo lavorando è uno strumento partecipato e accessibile che collega diverse banche dati dell’istituto.

Siamo certi che la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale e la partecipazione alle attività per realizzarla creino una maggiore consapevolezza nelle istituzioni e nell’opinione pubblica. la conservazione dei beni culturali è una responsabilità condivisa e non demandata ai soli uffici preposti. 

Le ricerche in corso nell’Istituto Centrale per il Restauro nell’ambito della transizione tecnologica applicata al patrimonio storico e culturale

Arch. Luigi Oliva – Direttore ICR – MIC

La transizione tecnologica in atto nel settore dei beni culturali sta ridefinendo metodologie e strumenti della conservazione, promuovendo un approccio in cui digitalizzazione avanzata, intelligenza artificiale e realtà estesa si integrano nella tutela e nella valorizzazione.           L’Istituto Centrale per il Restauro esplora come le soluzioni digitali possano potenziare la conoscenza materiale e percettiva delle opere, migliorare la documentazione e sostenere decisioni conservative basate su dati. Tra i casi studio presentati figurano: lo Stendardo della SS. Trinità di Raffaello da Città di Castello (PG), per il quale l’analisi colorimetrica e algoritmi di machine learning consentono la previsione cromatica delle lacune e la loro integrazione ottica virtuale, riducendo il disturbo percettivo senza interventi fisici; la documentazione automatizzata delle lastre del Camposanto Monumentale di Pisa, dove l’applicativo TagLab (CNR–ISTI) impiega reti neurali per segmentare fratture e fenomeni di degrado, velocizzando i tempi di analisi e fornendo dati vettoriali metrici utili alla programmazione conservativa; lo sviluppo del software e-bitty 2.0 per la gestione digitale di reperti archeologici, che integra modelli 3D, dati diagnostici e documentazione storica in un sistema web-based collaborativo.

Questi progetti delineano una metodologia condivisa fondata su non-invasività, interoperabilità e integrazione uomo–macchina, dove la tecnologia diventa strumento critico e non sostitutivo della competenza del restauratore. L’obiettivo è definire nuovi modelli di conoscenza, fruizione e prevenzione, capaci di coniugare autenticità materiale e innovazione digitale nella conservazione del patrimonio.

LE SLIDES

Il Digital Twin applicato al patrimonio storico e culturale

Prof. Arch. Tommaso Empler – Direttore Master HBIM, Dipartimento DSDRA, Sapienza Università di Roma

La transizione tecnologica applicata al patrimonio storico e culturale si manifesta attraverso diverse modalità operative, che variano in base agli obiettivi perseguiti. Quando l’intervento riguarda la conservazione e il restauro, il processo segue i principi dell’Heritage Building Information Modeling (HBIM), mentre nelle attività di valorizzazione e comunicazione si ricorre alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT).

In questo contesto, la strutturazione e la gestione integrata dei dati confluiscono nel concetto di Digital Twin, un “gemello digitale” in grado di archiviare, monitorare e aggiornare le informazioni all’interno di un ambiente condiviso (Common Data Environment).

Tale approccio rappresenta un livello avanzato di controllo e coordinamento, migliorando la conoscenza, la tutela e la fruizione del patrimonio.

LE SLIDE

CONCLUSIONI – Il futuro del patrimonio come responsabilità condivisa

Arch. Maria Teresa Jaquinta – Segretario Generale ICOMOS ITALIA

(Comitato Nazionale Italiano del Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti)

Nota introduttiva

Nella settimana precedente il convegno, la Torre dei Conti, monumento simbolico del centro storico di Roma, ha subito un crollo parziale durante lavori di consolidamento, con il tragico bilancio di un operaio deceduto. L’episodio, che ha avuto ampia eco nella stampa e nell’opinione pubblica, ha ricordato l’urgenza di considerare la tutela del patrimonio non solo come questione culturale, ma anche come ambito di sicurezza, responsabilità e governance. Questo evento ha fornito un riferimento concreto alle riflessioni del convegno, orientate a superare una cultura dell’emergenza in favore di una visione fondata sulla manutenzione programmata e sulla prevenzione, temi affrontati anche nel messaggio di Simone Quilici.

1. Premessa e finalità del convegno

Il convegno “Il futuro del patrimonio storico e culturale – Riflessioni a confronto” ha riunito rappresentanti del mondo accademico, delle istituzioni e delle professioni, con l’obiettivo di riflettere sulle nuove sfide della conservazione in un contesto segnato da transizioni climatiche, tecnologiche e sociali. L’iniziativa, promossa dall’Associazione ABACO in collaborazione con la Facoltà di Architettura della Sapienza e l’Università Roma Tre, ha posto al centro della discussione la necessità di ridefinire i paradigmi della tutela e della valorizzazione del patrimonio, promuovendo un dialogo fra la ricerca scientifica, la pratica professionale e le politiche pubbliche.

2. Questioni emerse

Dalle relazioni presentate sono emerse tre linee di riflessione principali. La prima riguarda la complessità come condizione strutturale della tutela contemporanea. Come osserva Claudio Varagnoli, le transizioni in atto mettono in discussione i fondamenti stessi della moderna cultura della conservazione, imponendo un rinnovato esercizio critico e un equilibrio fra valori materiali e immateriali.

La seconda linea concerne il ruolo della conoscenza e della formazione. Daniela Esposito evidenzia la necessità di mantenere il legame tra tecnologia e antropologia, affinché strumenti come l’Heritage o il Digital Twin restino al servizio della comprensione storica e non diventino fini autoreferenziali. La tecnologia, in questa prospettiva, rappresenta un mezzo per pensare e non un fine.

La terza linea riflette sulla responsabilità del progetto. Michele Zampilli sottolinea il rischio di una spettacolarizzazione del restauro che oscuri il significato etico e critico dell’intervento. Gianmarco De Felice invita a riscoprire le regole costruttive originarie come chiave per una progettazione strutturale responsabile, fondata sull’equilibrio e sulla conoscenza.

3. Sfide e prospettive operative

Tra le sfide emerse si distinguono tre priorità: la manutenzione programmata, l’integrazione dei dati e la cooperazione fra ricerca e artigianato. Il messaggio di Simone Quilici richiama la necessità di una cultura della manutenzione continua, quale fondamento della sicurezza e della conservazione. Carlo Birrozzi sottolinea il valore della conoscenza condivisa attraverso sistemi informativi aperti e interoperabili, come il nuovo Catalogo ICCD. Luigi Oliva ed Tommaso Empler infine, ribadiscono l’importanza di un approccio tecnologico consapevole che integri la competenza manuale con la modellazione digitale.

4. Linee di lavoro e metodo

Le conclusioni del convegno hanno individuato tre possibili linee di lavoro operative: 1) la redazione di un Glossario minimo per la transizione, volto a uniformare il lessico tecnico della conservazione; 2) la definizione di un Protocollo HBIM/Heritage Data per la gestione e l’interoperabilità dei dati del patrimonio; 3) la creazione di un Cantiere Scuola permanente come luogo di sperimentazione e di formazione interdisciplinare. Queste iniziative si fondano su un metodo condiviso che privilegia il coordinamento istituzionale, la revisione tra pari e la messa a terra dei risultati.

5. Considerazioni conclusive

Il convegno ha confermato la centralità del patrimonio culturale come bene comune e responsabilità condivisa. La conservazione, intesa nel suo senso più ampio, si configura come un atto di cura che coniuga conoscenza, etica e misura. Riprendendo le parole di Brandi nella sua “Teoria del Restauro” (1963), “la cura è una pratica esigente che riconosce nell’opera d’arte la testimonianza di una civiltà nel tempo”. In tale prospettiva, il futuro del patrimonio dipende dalla capacità di cooperare, di integrare competenze e di garantire continuità alle scelte di tutela. Il patrimonio non chiede di prevedere il futuro, ma di prepararlo, con consapevolezza e responsabilità collettiva.

Riferimenti bibliografici essenziali

– Brandi, C. (1963). *Teoria del restauro*. Torino: Einaudi.

– Carta di Venezia (1964). II Congresso Internazionale degli Architetti e dei Tecnici dei Monumenti Storici.

– Varagnoli, C. (2025). Intervento al Convegno “Il futuro del patrimonio storico e culturale”. Roma:  

  Sapienza.

– Esposito, D. (2025). Relazione al Convegno cit.

– Zampilli, M. (2025). Relazione al Convegno cit.

– De Felice, G. (2025). Relazione al Convegno cit.

– Quilici, S. (2025). Relazione al Convegno cit.

– Birrozzi, C. (2025). Relazione al Convegno cit.

– Oliva, L. & Empler, T. (2025). Relazione al Convegno cit.

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