11 settembre 2025, Ore 15.30 – 18.30 – Sala Tenerani – Palazzo Braschi – Piazza di San Pantaleo 10 – Roma

Il seminario si è svolto presso Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma, ed ha offerto un contributo alla conoscenza delle varie forme di finanziamento a disposizione dei privati, da utilizzare per la salvaguardia del nostro Patrimonio.

SINTESI ESSENZIALI DEI CONTENUTI DEGLI INTERVENTI

Il seminario, introdotto e coordinato dalla Presidente di A.B.A.C.O., Arch. Virginia Rossini, si è aperto con i saluti della Dott.ssa Maya Vetri a rappresentanza dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, che ha sottolineato l’importanza di aprire ai privati la condivisione della salvaguardia e valorizzazione del Patrimonio

Di seguito verranno riportati gli abstract dei singoli relatori e le relative slides a corredo dei loro interventi

INTERVENTO DI APERTURA

Dott.ssa Ilaria Miarelli Mariani – Direttrice Musei Civici – Sovrintendenza Capitolina ai BBCC

L’apertura ai privati risulta quanto mai opportuna, in quanto, a fronte di una domanda ingente di cura del nostro patrimonio, non sempre risulta efficace ed esaustiva la copertura finanziaria pubblica. La collaborazione dei privati è auspicabile, seppur sempre nelle norme più opportune, atte a garantire la conservazione dei beni culturali, nel pieno rispetto della loro integrità. 

La Direzione Musei Civici ha intrapreso da tempo un’attività di collaborazione con soggetti esterni, in particolare nell’ambito del restauro.

Agli ormai più che decennali rapporti esistenti con la Fondazione Paola Droghetti e l’Associazione degli Amici dei Musei di Roma, recentemente si sono aggiunte nuove significative collaborazioni: da segnalare quella con lo Studio Legale Carbonetti che ha finanziato un importante intervento di restauro su uno stendardo dipinto da Guido Reni nel 1610.

LE SLIDES

STRUMENTI E METODI PER SALVAGUARDARE IL PATRIMONIO CULTURALE: OLTRE L’EMERGENZA, VERSO MODELLI SOSTENIBILI E ADATTIVI

Prof.ssa Lucia Marchegiani – Ordinaria di Organizzazione Aziendale – Università Roma Tre – Dipartimento di Economia Aziendale

L’intervento propone una riflessione critica e prospettica sul tema della salvaguardia del patrimonio culturale, focalizzandosi sull’integrazione tra strumenti finanziari, assetti organizzativi e modelli gestionali. L’analisi prende spunto dagli studi del Prof. Marco Causi, per sviluppare un discorso più ampio sul ruolo della governance, delle competenze e dell’innovazione nella sostenibilità di medio-lungo periodo delle istituzioni culturali.

Dopo l’eccezionalità del PNRR, si apre una fase di transizione in cui il sistema culturale dovrà affrontare tre sfide principali: 1) la razionalizzazione delle risorse ordinarie e straordinarie, 2) la costruzione di modelli di governance più cooperativi e territorialmente integrati, 3) lo sviluppo di capacità organizzative e relazionali adeguate alle complessità contemporanee.

Si discutono quindi quattro leve fondamentali per la salvaguardia del patrimonio:

  • Leve finanziarie: fondi pubblici ordinari e straordinari, meccanismi di cofinanziamento europeo, partnership pubblico-private, strumenti di mecenatismo (in particolare Art Bonus), ma anche pricing dinamico e membership.
  • Leve organizzative: modelli flessibili e adattivi, come le fondazioni di partecipazione, le reti di enti locali, le gestioni consortili pubblico-pubblico e le forme miste di governance.
  • Leve gestionali: sistemi di monitoraggio, valutazione dell’impatto (non solo economico), accountability multi-stakeholder, budgeting per missione.
  • Leve relazionali: engagement delle comunità, narrazione identitaria, micro-mecenatismo, partenariati con scuole, università, strutture sanitarie.

L’intervento sottolinea il ruolo strategico della capacity building: senza investimenti adeguati nelle competenze manageriali, tecnologiche e relazionali, anche i migliori strumenti rischiano di non produrre risultati duraturi.

Pertanto, si propone una visione sistemica in cui strumenti e metodi non siano pensati come soluzioni tecniche isolate, ma come componenti interdipendenti di un progetto culturale, istituzionale e sociale che mira alla resilienza e alla generatività del patrimonio.

LE SLIDES

ART BONUS: STRUMENTO STRATEGICO DI SOSTEGNO PRIVATO ALLA CULTURA

Ing. Carolina Botti – Direttrice Ales S.p.A.  – Referente Art Bonus per MIC

L’art bonus è una misura rivat introdotta nel 2014 per incentivare le erogazioni liberali a sostegno della cultura e prevede che chi effettua erogazioni liberali in denaro a favore del patrimonio culturale pubblico e dello spettacolo usufruisca del 65% di credito d’imposta dell’importo donato.

Il credito d’imposta è riconosciuto: alle persone fisiche, alle imprese ed agli enti non commerciali.

I numeri Art Bonus finora raggiunti sono importanti: 1.061.581.202 euro di erogazioni liberali, oltre 47.000 donazioni registrate sul portale di governativo www.artbonus.gov.it.  Migliaia di cittadini mecenati hanno contribuito a realizzare oltre 7.300 progetti, tra restauro di beni, valorizzazione e sostegno di attività. Gli Enti registrati al portale sono 2.790. 

Il sostegno della cultura tramite l’Art Bonus da parte di un così grande numero di individui e aziende è dovuto a più punti di forza di questa misura fiscale: l’alto beneficio fiscale per tutti, la procedura semplice (nessun contratto, solo un versamento in denaro con ricevuta e causale), un servizio, gestito da Ales, di promozione, formazione, consulenza/help desk H24 che supporta gli enti e i mecenati.

Insomma il bilancio di questo primo decennale Art Bonus è senza dubbio positivo, e questa agevolazione fiscale non solo si è dimostrata strumento concreto e vantaggioso per sostenere, tutelare e valorizzare il patrimonio culturale, ma rappresenta anche un’autentica rivoluzione nell’ambito della cultura: cittadini più vicini alla cultura, co-protagonisti di progetti culturali, istituzioni più aperte al dialogo con i privati, maggiore consapevolezza del patrimonio culturale della Nazione come bene comune e identitario.

L’Art Bonus va visto quindi non solo in un’ottica puramente fiscale, ma anche come uno strumento chiave per l’attuazione di una nuova strategia culturale verso i territori che favorisca e potenzi il ruolo anche economico dei privati, sia persone fisiche che persone giuridiche, al fianco delle istituzioni, fermo restando certamente l’impegno economico pubblico prioritario. 

LE SLIDES

IL FINANZIAMENTO DELLA CULTURA DA PARTE DEI PRIVATI

Prof. Daniele A. Previati Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari – DECA – Università Roma Tre

Come i privati possono finanziare i beni e le attività culturali? Esistono diverse possibilità, non solo utilizzando agevolazioni fiscali.

Cosa si intende per micro-mecenatismo? Una modalità di sostegno delle attività dei beni e delle attività culturali non solo per ricchi.

Perché è importante e quanto è rilevante? E’ importante dal punto di vista etico e culturale, può essere rilevante quanto altre forme di sostegno.

Qual è la situazione al riguardo in Italia rispetto ad altri Paesi? L’Italia presenta uno scenario arretrato rispetto ad altri Paesi, ma in sviluppo, pur con molte differenze.

Quali sono i fattori che influenzano il contesto di riferimento del micro-mecenatismo? In primo luogo l’orientamento del sistema educativo e delle politiche culturali.

Quali di essi favoriscono e quali ostacolano il suo sviluppo? Il maggior ostacolo è di origine culturale, la carenza di senso di cittadinanza.

Quali attività e quali beni culturali sono supportate dal micro-mecenatismo? Molte, tra loro diverse, a seconda degli interessi dei cittadini. Attraverso quali strumenti? Strumenti finanziari, fiscali, educativi. A quali categorie appartengono i micro-mecenati? Potenzialmente a tutte, il fenomeno è diffuso tra la cittadinanza. Con quali altre richieste di intervento privato concorre la domanda proveniente dal settore culturale? Con molte altre, e ciò pone un problema di concorrenza del sostegno alle attività e ai beni culturali rispetto ad altri fabbisogni sociali.

Queste sono alcune delle domande su cui si cercherà di riflettere, partendo dalla considerazione che la “democratizzazione della cultura” e il suo supporto da parte dei cittadini appare ancora, in Italia, una lunga strada da percorrere. In particolare, si deve far chiarezza sulle culture più favorevoli al finanziamento della cultura, evidenziando quanto le diverse culture esistenti al riguardo sono antitetiche o complementari.

LE SLIDES

LE STARTUP CULTURALI E CREATIVE: POLITICHE E OPPORTUNITÀ DALL’EUROPA

Prof.ssa Germana Di Falco – Esperta SINERGIE – Presidenza del Consiglio

Le startup culturali e creative: politiche europee e opportunità Le startup culturali e creative sono attualmente oggetto di particolare attenzione da parte delle politiche europee, non solo quali motori di innovazione e imprenditorialità giovanile, ma anche come componenti fondamentali della trasformazione urbana, sociale e tecnologica. Le recenti iniziative promosse dall’Unione Europea, in particolare il programma New European Bauhaus (NEB) e i bandi specifici della linea Europa Creativa – Sezione Cultura, stanno generando nuove opportunità per gli operatori delle Industrie Culturali e Creative (ICC).

Il settore culturale e creativo rappresenta una delle aree più dinamiche e in rapida evoluzione nell’ambito dell’economia e della società europea, contribuendo per circa il 4,4% al PIL dell’Unione Europea e impiegando oltre 8 milioni di persone. Questo comparto si configura quindi non solo come ambito artistico e di espressione, ma anche come elemento trainante della crescita economica, dell’innovazione e della coesione sociale. In tale contesto, le startup culturali e creative giocano un ruolo pionieristico: imprese giovani e flessibili capaci di sperimentare nuovi linguaggi, integrare creatività e tecnologie emergenti, e sviluppare modelli di business che spaziano dalla produzione audiovisiva alla musica digitale, dal design alla moda, dal gaming alle applicazioni digitali per il patrimonio culturale.

Negli ultimi anni, la Commissione Europea ha intensificato il proprio supporto a tali realtà attraverso due direttrici principali: da un lato, tramite politiche settoriali (Creative Europe, Horizon Europe, Erasmus+, New European Bauhaus); dall’altro, mediante politiche di coesione, strumenti essenziali per garantire un accesso diffuso e inclusivo a risorse e opportunità.

La Nuova Agenda Europea per la Cultura e il Work Plan for Culture hanno identificato le ICC come vettori di innovazione sociale e sviluppo territoriale. Programmi quali Creative Europe favoriscono la cooperazione nei settori culturale e audiovisivo; Horizon Europe sostiene la ricerca e l’innovazione, con particolare attenzione al patrimonio e alla digitalizzazione culturale; Erasmus+ contribuisce allo sviluppo delle competenze creative e manageriali.

Un ruolo sempre più rilevante è svolto dal New European Bauhaus (NEB): i prossimi bandi premieranno progetti pilota di rigenerazione urbana e territoriale, dove estetica, sostenibilità e inclusione convergono. Per le startup culturali e creative ciò si traduce in opportunità concrete di: finanziamenti per sperimentazione e prototipazione; allargamento degli spazi di mercato attraverso consorzi europei transnazionali; premi e riconoscimenti.

Contestualmente, il programma Europa Creativa – Cultura offre ulteriori opportunità alle ICC tramite bandi dedicati a: innovazione digitale applicata alla cultura, capacity building, strumenti finanziari innovativi.

Questi strumenti offrono un duplice sostegno: finanziario (fondi e garanzie) e strutturale (reti, incubatori, sviluppo di competenze). Alle politiche a gestione diretta si affiancano i fondi strutturali e di investimento europei, in particolare FESR e FSE+, che hanno avuto un ruolo fondamentale nel creare condizioni favorevoli allo sviluppo locale delle startup culturali: incubatori creativi, spazi di co-working, percorsi di formazione e progetti di rigenerazione urbana a base culturale sono stati implementati grazie all’utilizzo combinato di tali risorse. In Italia, anche grazie al contributo del PNRR, numerose regioni hanno attivato bandi specifici per cluster e distretti culturali, dimostrando come le ICC possano diventare leve strategiche di sviluppo e inclusione, anche in aree periferiche o interne.

L’inserimento delle industrie culturali e creative tra gli ecosistemi industriali strategici dell’UE (“Proximity, Social Economy and Creative Industries”) rappresenta un riconoscimento politico chiave: sancisce le ICC come parti integranti delle catene di valore essenziali per la resilienza europea, offrendo alle startup accesso a strumenti di investimento come i fondi di garanzia di InvestEU o a venture capital dedicati.

A livello europeo non mancano esempi virtuosi: i Creative Europe Labs hanno promosso modelli innovativi di supporto alle startup, mentre diversi progetti Interreg hanno favorito la creazione di cluster creativi transnazionali. In Italia, esperienze quali Manifatture Knos e Officine Cantelmo (Lecce), oppure BASE Milano, evidenziano l’efficacia dell’utilizzo dei fondi di coesione e di strumenti innovativi per il rafforzamento degli ecosistemi creativi locali e l’attrazione di nuovi imprenditori culturali.

Nonostante il quadro favorevole, le startup culturali e creative continuano ad affrontare sfide significative: digitalizzazione, sostenibilità, accesso al credito, competenze manageriali.

In questo contesto, le raccomandazioni ai decisori politici si articolano come segue:

  • sinergie tra programmi di finanziamento
  • hub e piattaforme transnazionali
  • mentoring, capacity building e accelerazione
  • indicatori di impatto specifici per misurare il ritorno in termini di impatto economico, sociale e ambientale degli investimenti in startup culturali

 In linea con lo spirito del seminario, volto a valorizzare il dialogo pubblico-privato per la tutela del patrimonio, le startup culturali e creative si configurano come autentici laboratori di futuro.  Esse dimostrano che la cultura rappresenta non un costo, bensì un investimento strategico per costruire comunità coese, territori resilienti e un’Europa competitiva e inclusiva.

PUBBLICO/PRIVATO NEI BENI CULTURALI: UN RAPPORTO CHE VA COSTRUITO “CASO PER CASO”

Arch. Simone Quilici – Direttore Parco Archeologico dell’Appia Antica – MIC

Il rapporto pubblico-privato nella gestione del patrimonio culturale in Italia è reso difficile da una diffidenza reciproca legata al forte radicamento di luoghi comuni non sempre infondati: l’inefficienza della burocrazia pubblica da un lato e la spregiudicatezza delle imprese private dall’altro.

In questo quadro non è dunque semplice individuare modalità di coinvolgimento di entrambi i soggetti che garantiscano il giusto grado di tutele reciproche. L’evoluzione legislativa ha introdotto nuove possibilità di partenariato all’interno dei diversi codici dei beni culturali, dei contratti pubblici e del terzo settore ma l’applicazione di specifici articoli di legge non è bastata a sciogliere del tutto le riserve. Chi si cimenta in questa pratica dal carattere fortemente sperimentale deve ancora affrontare un elevato livello di rischio in relazione al buon esito delle iniziative.

È evidente che il processo di avvicinamento tra le parti sia ancora in corso e che sia ancora necessario sperimentare diverse formule di collaborazione e coinvolgimento. La tradizionale formula della concessione dei servizi mostra ormai i limiti della sua rigidità ed è urgente individuare nuove procedure che si adattino alla complessità della normativa vigente e alla diversità delle situazioni. In questo senso appare vana l’ambizione di trovare soluzioni univoche e sembra più realistico e proficuo l’adattamento delle diverse azioni ai multiformi contesti.

LE SLIDES

CROWDFUNDING CIVICO E RIGENERAZIONE A BASE CULTURALE: STRUMENTI COLLABORATIVI PER LA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO

Dott.ssa Martina Lodi, ART-ER S. cons. p. a.

Il crowdfunding, nella sua declinazione civica e all’interno di meccanismi di match-funding, si sta affermando come uno strumento efficace per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale. Il suo potenziale non risiede soltanto nella capacità di mobilitare risorse economiche aggiuntive, ma soprattutto nell’attivazione di nuove forme di relazione tra attori pubblici, soggetti privati e cittadini.

Nell’intervento si analizzeranno le caratteristiche del crowdfunding civico, inteso come processo di cofinanziamento in cui enti pubblici affiancano le risorse raccolte “dal basso” da parte di comunità locali, associazioni o imprese culturali. Questo modello, basato su logiche di corresponsabilità e fiducia, consente di rafforzare il legame tra le persone e i luoghi, promuovendo un approccio partecipativo alla cura del patrimonio. Il coinvolgimento diretto dei cittadini nella definizione e nel sostegno delle iniziative contribuisce non solo al successo economico dei progetti, ma anche alla loro sostenibilità nel tempo, generando capitale sociale e senso di appartenenza.

A partire da casi ed esperienze concrete, si evidenzieranno i benefici che derivano dall’attivazione di piattaforme collaborative e da politiche pubbliche capaci di integrare strumenti innovativi di finanza civica. L’intervento si chiuderà con un approfondimento sul tema della rigenerazione a base culturale, intesa come strategia per restituire significato e funzione a patrimoni dismessi o sottoutilizzati attraverso le pratiche culturali. In questo contesto, il crowdfunding può fungere da catalizzatore per la costruzione di modelli di governance pubblico-privata capaci di innescare processi duraturi di trasformazione territoriale, in cui la cultura rappresenta un motore di inclusione, innovazione e sviluppo sostenibile.

LE SLIDES

FORME E STRUMENTI DI COINVOLGIMENTO DEI PRIVATI NELLA GESTIONE DEI BENI CULTURALI

Avv. Benedetto Cimino – Avvocato Cassazionista

Il coinvolgimento dei privati nella valorizzazione dei beni culturali si muove in un quadro normativo disorganico. In particolare, emerge una difficile dialettica tra esigenze di trasparenza e concorrenza (anche di matrice sovranazionale) ed esigenze di efficacia dell’azione amministrativa: da qui, la continua ricerca di modelli derogatori o ad hoc e il frequente ricorso a norme speciali. 

La gestione dei beni culturali presenta alcune innegabili ragioni di specialità, che rendono arduo applicare la comune disciplina in materia di contratti pubblici: a) la diffusa presenza di operatori senza scopo di lucro; b) pochi beni culturali si prestano ad una gestione economicamente in equilibrio; c) la debole capacità delle Amministrazioni di pianificare le attività di valorizzazione; d) le fonti di finanziamento sono trasversali; e) i profili patrimoniali (la pubblica proprietà del bene) sono meno rilevanti rispetto ai profili funzionali (la pubblica fruizione del bene);  f) la partecipazione dei privati non è limitata alla gestione o alla fornitura di un servizio, ma investe spesso profili di programmazione e pianificazione.

La consapevolezza di questi elementi è progressivamente emersa nella prassi. Fino ai primi anni duemila, era frequente il ricorso a strumenti “tradizionali” di coinvolgimento dei privati basati su una logica puramente patrimoniale, quali la concessione di bene (eventualmente a canone calmierato) o, addirittura, i comodati d’uso. Negli ultimi venti anni, viceversa, si sono affermati strumenti ad hoc: gli accordi di valorizzazione ai sensi dell’art. 112 del Codice dei beni culturali, la concessione d’uso ai sensi dell’art. 71 del Codice del terzo settore e, con sempre maggiore convinzione, il partenariato speciale pubblico privato dell’art. 134 del Codice dei contratti.

Questa evoluzione segna il progressivo affinamento delle tecniche e dei modelli legali di regolazione dei rapporti tra pubblico e privato.

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